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Nel fiato umido dell’autunno, di Mariangela De Togni, edito da Fara e prefato da Silvia Castellani

Nel fiato umido dell’autunno, di Mariangela De Togni, edito da Fara e prefato da Silvia Castellani

Nel fiato umido dell'autunno – Mariangela De Togni – Fara – Pagg. 80 – ISBN 978 88 94903 61 4 – Euro 10,00


Cogliere la meraviglia


Un cammino scandito dal tempo delle cose di natura, quello che Mariangela De Togni ci mostra in questi versi, provando altresì a co­gliere nell'estensione della memoria lo spazio autentico dell'io poetico che si rivela talora immerso in una silenziosa solitudine carica di voci (Sulla soglia dell'anima, p. 37). Pro­prio in quel silenzio, visto anche come “canto d'esilio e di abbandono” (In me l'assoluto, p. 44), si susseguono i piccoli passi che tracciano una rotta autentica fatta di tutti i pensieri che persistono nel cogliere la meraviglia e la sem­plicità insite nella bellezza indomita dell'uni­verso. Così Mariangela in questo suo lavoro, come e ancor più che nel precedente dal titolo Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? riesce ancora una volta a catturare quel senso di infinito amore che si dis(vela) nel creato: “Gli occhi si faranno luce / nell'auro­ra dopo / la rugiada della notte?” Si tratta di pensieri che a volte – come l'autrice stessa ci confessa – occorre “rammendare” (p. 48) con la speranza accesa, come in un cielo di stelle a tessere la trama di un racconto pieno di pos­sibilità. Ci sono sentieri che il poeta percorre continuamente, quotidianamente e il cui can­to solitario commuove: “Hai mai ascoltato il canto solitario / di un usignolo che il suo nido / ha ritrovato? // Hai mai respirato il vento che reca conchiglie dal mare / e barche stanche? / Il cuore è un fiotto / di sospiri.” (Canto solita­rio, p. 32, Un fiotto di sospiri, p. 49). Il tempo narrato da Mariangela ci avvolge per il tra­mite di un “lento solfeggiare del sospiro” e ci guida attraverso ricordi-linfa, raccontandoci una storia del cuore, un giuramento d'amore che lega a Dio (“Hai soffiato / dentro questa creta / e un palpito di gioia / si è insinuato / nel cuore.”) e libera amore per le piccole cose che ogni giorno ritroviamo accanto e della cui immensità, come ci mostra Mariangela, si può imparare a gioire.

Nei versi compaiono il chrónos e il kairós, quest'ultimo tempo legato all'esperienza, os­servazione, comprensione e interpretazione: “nel segno lieve / del pensiero, nell'onda / del crepuscolo che solleva / il cuore oltre lo scor­rere / del tempo”.

Nella poesia Quali frammenti di cielo, vi è la domanda: “Ma dove camminare / per co­gliere lo spazio / della memoria?” Mi sovviene alla mente quella “distensione dell'anima” teo­rizzata da Sant'Agostino per la quale il tempo sarebbe una dilatazione dello spirito verso l'in­terno che dà origine ad espansione spirituale protesa in avanti. E mi sovviene inoltre e in particolare “l'enorme palazzo della memoria” di cui, nelle Confessioni, scrive il vescovo di Ippona: “Là nell'enorme palazzo della mia memoria dispongo di cielo e terra, e mare in­sieme a tutte le sensazioni che potrei avere da essi, tranne quelle dimenticate.” Sì, perché si può ricordare solo quello che non è stato la­sciato andare per sempre. Piccoli frammenti di verità pescati nel vasto mare dell'anima con spirito attento e infinita delicatezza, vengono riportati a galla mettendo il lettore nella con­dizione di “vedere” compiutamente con quella trasparenza che l'autenticità conferisce loro. Questo “santuario infinito” viene espresso

con enorme potenza in questa raccolta dove Mariangela esalta suoni, profumi, colori, per restituirceli attraverso una scrittura che è estrazione di bellezza profonda: “Scrivere è far tracimare sillabe / in memoria di sabbia / dalla brocca del cuore. // Scrivere è spargere profu­mi / sulla terra / e far nascere pensieri / ancora. // Scrivere è far nascere germogli di gioia / in equilibrio / sulla tela della vita” (pp. 53-54).

Nel fiato umido dell'autunno è un canto, una preghiera luminosa che lungo una strada colma di vita sale fino alla cima della monta­gna più alta provando a toccare il cielo, avvi­cinando il mistero che lo stesso racchiude e, nel fiato umido dell'autunno narrare, affidan­dolo al vento, il suono di meravigliose note: “la notte vedi le stelle / (…) / a tessere tele di luce / sulla finestra a bifora / della chiesa vuota. / Ricucendo ombre solitarie / nel vento dell'autunno.”

La solitudine diviene pertanto occasione di pace e meraviglia (“hai mai letto l'innocenza / dei sogni dentro la meraviglia / di una fo­glia sola // bagnata di rugiada?”), una porta aperta sul mistero delle cose, un mistero che ci riconnette con l'Assoluto. Si tratta di una soli­tudine che fa il paio con un “liquido silenzio”, spazio di consolazione in cui tra le voci del cuore compaiono anche certi echi di dolore (“Ma il dolore ha il confine / verso gli ulive­ti nella stagione / liquida come voce di flau­to”) che comunque mai riescono ad intaccare la gioia che permea il corpo poetico nel suo complesso, così ricco di rimandi biblici e così attento agli elementi e alle forze della natura che, disegnando un quadro armonioso e den­so, tracciano un cammino di Amore e Verità.


Silvia Castellani